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feb 15
2008

VEDIAMO CHI E' ANNA FINOCCHIARO, CANDIDATA IMPOSTA

Scritto da admin in Nessuna Categoria 

  Pubblico qui di seguito un articolo di Travaglio sulla vita politica della candidata imposta dal PD, Anna Finocchiaro. Ringraziando Benny Calasanzio che ha ripescato l'articolo, faccio notare come le imposizioni avvengano in modo decisivo sui giornali. E' bastata una lettera firmata da trenta professori siciliani per far scrivere su La Repubblica che " L'Università è per la Finocchiaro". Solo 6 parole. 6 parole che hanno il potere di spostare migliaia di voti. Mentre noi , che avremmo dalla nostra parte giovani, studenti, cioè l'Università vera, e una petizione di quasi mille firme, rimaniamo nel sottosuolo. Ribadisco che per vincere e avere finalmente Rita Borsellino candidata, dobbiamo anche noi utilizzare questa strategia. E lo si faccia presente nella riunione di oggi a Palermo.  Chi è "Un'altra storia"? Cos'è "Un'altra storia"? Siamo noi.

 

ANNA FINOCCHIARO, VITA E OPERE DI UNA "SEGOLENE" CON L'INCIUCIO

 La Ségolène de' noantri è nota per la sua modestia. Infatti, l'anno scorso, quando Giorgio Napolitano fu eletto al Quirinale, dichiarò al Corriere: " Un uomo con il mio curriculum , l'avrebbero già fatto presidente della Repubblica". Ma Anna Finocchiaro è nota pure per le sue eccezionali capacità politiche. Infatti, come capogruppo dell'Ulivo al Senato, all'inizio di quest'anno riuscì a far passare una mozione di Calderoli sull'Afghanistan. E quando, a fine febbraio, Fassino ebbe la bella pensata di far prelevare a Torino Sergio Pininfarina, assente al Senato da otto mesi, per rafforzare le esangui truppe unioniste intorno alla mozione D'Alema sulla politica estera, lei rassicurò il suo gruppo: «Tranquilli, è arrivato Pininfarina». Cinque minuti dopo, la mozione D'Alema veniva bocciata grazie anche all'astensione di Pininfarina, che con la sua presenza aveva alzato il quorum senza che nessuno gli spiegasse che astenersi, al Senato, equivale a votare contro. Un'ora dopo, Prodi saliva al Quirinale per rassegnare le dimissioni. Eppure, per imperscrutabili motivi (a parte la sua proverbiale, quasi leggendaria avvenenza), Anna Maria Finocchiaro detta Annuzza, nata il 31 marzo 1955 a Modica (Ragusa) ma cresciuta a Catania, iscritta al Pci a 17 anni, laureata in legge a 25, funzionario alla Banca d'Italia filiale di Savona a 26, pretore di Leonforte (Enna) a 27, pm di Catania a 30, parlamentare da quando ne aveva 32, cioè da vent'anni giusti, è l'astro nascente dei Ds. l'amica dalemiana in grado di contendere la leadership del futuro Partito democratico a Walter Veltroni, suo coetaneo. All'ultimo congresso Ds, quello di Firenze, il suo discorso di 21 minuti interrotto da 21 applausi con citazioni di Temistocle e Aristide nella guerra ai Persiani, è stato più elogiato di quello di Walter. E, come di Walter, anche di lei parlano tutti benissimo. Anzi, è più facile trovarle qualche detrattore nel centro-sinistra (soprattutto fra i fassiniani e fra le donne uliviste, gelose del suo fascino) che nel centro-destra. Qui, in partibus infidelium, piace proprio a tutti. Lino Gennuzzi, che pranza spesso con lei nel ristorante del Senato, l'adora e le ha dedicato un giulebboso ritratto-intervista sul Giornale. Un altro ancor più zuccheroso glie l'ha riservato, sempre sul quotidiano berlusconiano, il solitamente perfido Giancarlo Perna. Il Foglio di Giuliano Ferrara s'è sperticato in un'imbarazzante paginata di elogi. E di lei parla un gran bene anche l'onorevole avvocato professore Gaetano Pecorella, che nella scorsa legislatura le subentrò come presidente della commissione Giustizia della Camera. Lei ricambiò l'affetto invitandolo a un dialogante dibattito sulla giustizia alla festa dell'Unità di Genova nel 2004, passando sopra qualche dozzina di leggi vergogna. Quando ha voluto illustrare in un libro le sue idee sulla giustizia, ha scelto come ghost writer un giornalista del Tg4 e del Foglio Antonello Capurso, e come titolo una frase da perfetto inciucio: Dialogo sulla giustizia. Per un nuovo patto di legalità (Passigli, 2005). E, per presentarlo a Catania, ha voluto al proprio fianco Salvo Andò, il dinosauro del vecchio, Psi uscito indenne da vari processi per mafia e tangenti, ora per assoluzione ora per prescrizione. Quand'era in pretura e si occupava di liti fra pecorai, già fumava Muratti e si mangiava le unghie. La chiamavano «la pretora bona», ma lei preferiva «la professoressa». In quell'ambiente decisamente popolano la raffinata rampolla della buona borghesia catanese, con i suoi studi classici al liceo Cutelli, le sue ascendenze risorgimentali (pare che il bisnonno fosse l'avvocato difensore di Giuseppe Garibaldi), il marito ginecologo Melchiorre Fidelbo (con cui ha avuto due figlie, Miranda e Costanza), incutesse soggezione. A Catania - ricorda Aldo Cazzullo sul Corriere - «i Finocchiaro abitano da generazioni nella villa ottocentesca sulla via Etnea, dove sono passati Verga, Capuana, De Roberto».

 

feb 15
2008

VEDIAMO CHI E' ANNA FINOCCHIARO 2

Scritto da admin in Nessuna Categoria 

 

ANNA IN SICILIA

 

All' ombra dell'Etna, intanto, è esploso il secondo «caso Catania», che vede magistrati l'un contro l'altro armati per un verminaio di mafia, politica, toghe, affari e malaffari. Il nome di Annuzza affiora in una complicata storia di ville costruite da un'impresa vicina a Cosa Nostra a San Giovanni La Punta, incantevole comune turistico ai piedi del vulcano, dove nei primi anni Settanta latitavano Luciano Liggio e Bernardo Provenzano. Dagli anni Ottanta su San Giovanni regna e governa il clan Laudani, una delle famiglie più sanguinarie della Sicilia orientale che, a furia di speculazioni selvagge. ha trasformatio quel piccolo paese agricolo in una cittadina di 25 mila abitanti. Secondo gli inquirenti, la cosca agisce tramite un suo affiliato, Carmelo Rizzo, molto attivo nell'edilizia anche grazie alle sue entrature negli uffici pubblici. Rizzo gestisce alcune società di costruzioni, intestate o a lui o ad altri (come la Di Stefano Costruzioni). I suoi rapporti col clan Laudani sono noti fin dal 1981, quando la «famiglia» lo incarica di lottizzare (abusivamente) un loro fondo. Due anni dopo Rizzo vende i terreni, divisi in 19 lotti, ad altrettanti acquirenti. E su San Giovanni incombe anche il re dei supermercati Sebastiano Scuto, sospettato anche lui di rapporti con i Laudani e oggi imputato di concorso esterno in associazione maliosa: il trait d'union fra il suo gruppo e la cosca, secondo l'accusa, sarebbe stato proprio Rizzo, ben introdotto nella buona società catanese. Un suo stretto collaboratore, un certo Cali, racconterà ai giudici che «da noi venivano magistrati e politici a comprare ville con sconti di centinaia di milioni. Uno di essi pretese l'abbattimento di un albero secolare, segnato sulle mappe, che dava fastidio perché prossimo all' immobile da lui comprato». Le ville sono quelle costruite da Rizzo sotto il nome della Di Stefano su un terreno ceduto da un certo cavalier Vincenzo Arcidiacono. Una, bifamiliarc, l'acquista nel febbraio 1991 il pm catanese Giuseppe Gennaro, futuro membro del Csm e poi presidente dell'Anm. Un'altra la compra il cognato di Anna Finocchiaro. Rizzo, sotto processo per mafia, sentendosi ormai spacciato, lascia trapelare propositi di collaborazione con la giustizia. Ma non fa in tempo a parlare: nel 1997 viene assassinato dalla mafia, e non si può dire che sulla sua morte si indaghi in profondità. Ma della sua figura si torna a parlare al processo a carico di Scuto. Fra i testimoni c'è un ispettore di polizia che la sa lunga sui rapporti fra mafia e affari a San Giovanni La Punta, dove lui stesso risiede: si chiama Antonino Gemma ed è un militante Ds. In questa veste ha avuto modo di conoscere la Finocchiaro. E il 29 gennaio 2002 consegna alla procura generale di Catania un appunto, ricordando un episodio di qualche anno prima, legato proprio ai villini acquistati dal giudice Gennaro e dal cognato della Finocchiaro: «Era notorio a San Giovanni La Punta che Rizzo fosse il prestanome del clan Laudani. Rizzo costruiva villette lussuose da vendere a persone rispettabili.

Posso dire di conoscere la situazione criminale di San Giovanni La Punta, non solo in quanto poliziotto, ma anche perché ho vissuto in quel territorio. Capitò, così, che avendo dei rapporti di conoscenza con l'onorevole Finocchiaro Anna, sentii il bisogno di informarla allorché appresi che il dottor Gennaro stava acquistando una delle villette realizzate dal Rizzo. Ciò avvenne all'inizio degli anni Novanta [la proposta della questura di Catania di sottoporre e misura di prevenzione della sorveglianza speciale Carmelo Rizzo è del 20 ottobre 1992 e nel 1993 il nome di Rizzo compare nel decreto di scioglimento per mafia del comune di San Giovanni La Punta; dieci anni dopo il comune verrà sciolto per mafia una seconda volta] dopo che io avevo ultimato il servizio di tutela al figlio Roberto del giudice [sic!]. Ricordo che l'onorevole rimase molto turbata, anche perché il cognato di quest'ultima stava acquistando o aveva acquistato la villa adiacente a quella che doveva comprare il dottor Gennaro: e nella circostanza riferì che avrebbe parlato col giudice per dissuaderlo dall'acquisto dell'immobile». Che cos'abbia poi detto la Finocchiaro a Gennaro e al cognato, non è dato sapere. Si sa invece che sia Gennaro sia il cognato della Finocchiaro acquistarono la villa costruita dal mafioso. La deputata, se tentò di dissuaderli dal loro proposito, non fu molto persuasiva. Gennaro ha sempre rivendicato la propria buona fede e querelato chiunque abbia rievocato quella vicenda. La Finocchiaro invece non ha mai detto una parola in proposito. Nemmeno sul caso Catania. Nemmeno quando i magistrati che l'hanno denunciato - il pm Niccolo Marino e il presidente del Tribunale dei minori Giovanni Battista Scidà - finiscono nel mirino dei politici e di una parte del Csm. Quando palazzo dei Marescialli propone di trasferire Scidà per incompatibilità ambientale, molti politici - da Lumia a Vendola, da Fava a Pacione - intervengono in sua difesa. La Finocchiaro no, a dispetto dell'amicizia che in passato la legava all'anziano collega. Un silenzio, il suo, che la allontana vieppiù dalla società civile più impegnata sul fronte antimafia in città. Qualcuno la ribattezza «la compagna c'arriniscìu», la compagna che ha avuto successo e dimentica le radici. Recentemente uno dei leader di Legambiente, il giurista catanese Ugo Salanitro,l'ha accusata in un dibattito antimafia organizzato da Rifondazione comunista, a proposito di un mostruoso megaparco costruito nel centro della Sicilia: il parco di Regalbuto (Enna). «E un'operazione», ha tuonato Salanitro, «che a livello economico non ha alcun senso. Eppure è stato proposto al giudizio per il finanziamento di Sviluppo Italia ed era sostenuto da due sponsor politici di rilievo: il forzista Gianfranco Miccichè e il diessino Vladimiro Crisafulli [filmato a colloquio con un boss mafioso nel 2002 e tutt'oggi indagato nello scandalo Messinambiente insieme a Cuffaro, dunque promosso senatore nel 2006]. Qualcuno vicino a Sviluppo Italia ci contattò perché li aiutassimo a non buttar soldi in quella struttura. E il progetto fu bocciato. Ma quel che non è riuscito a Miccichè alcuni anni fa, è riuscito a Crisafulli di recente. Infatti l'anno scorso il progetto è stato approvato. Il senatore Ferrante di Legambiente ha fatto battaglie contro il progetto; ma quando ha presentato interrogazioni parlamentari, chi è venuto in qualche modo a interloquire con quel senatore? Non è stato certo Crisafulli, ma è stata una persona che poteva farlo. E' stata una donna, un'importante donna della nostra classe politica di sinistra». «La Finocchiaro!», ha indovinato qualcuno dalla platea. Cioè la capogruppo del senatore ambientalista. Salanitro ha sorriso: «In tutto questo, è chiaro che si tratta solo di politica...». Che la società civile catanese non la veda più di buon occhio lo conferma padre Salvatore Resca, anima di Cittainsieme, movimento nato una ventina d'anni fa per il riscatto della città intorno a una delle parrocchie più attive nella denuncia del malaffare: «Roma si disinteressa di Catania. Dovrebbe interessarsene sotto lo stimolo dei deputati e senatori eletti qui, non tanto uno stimolo clientelare, ma politico. Anna Finocchiaro è sparita, Bianco pure. Dove sono i parlamentari eletti in città? Se li inviti non vengono».

 

ANNA, BERLUSCONI E IL GARANTISMO

 

Nel 2001, col ritorno di Berlusconi al governo e del centro-sinistra all'opposizione, Annuzza rimane responsabile Giustizia dei Ds. E non si può dire che si scaldi più di tanto contro le leggi vergogna sfornate a getto continuo dal governo più losco della storia repubblicana. Mentre alcuni parlamentari ulivisti organizzano sparuti ostruzionismi e la società civile promuove girotondi e manifestazioni contro la legislazione ad personam e l'attacco continuo alla legalità, lei cura il «dialogo» bipartisan. Nel dicembre 2001 il governo Berlusconi depenalizza il falso in bilancio e cancella per legge le rogatorie. Lei si dice pronta a discutere sulla fine dell'obbligatorietà dell'azione penale e dell'indipendenza delle procure: «Non abbiamo paura di affrontare i nodi che pesano sul dibattito istituzionale, come l'obbligatorietà dell'azione penale e l'indipendenza del pm». Poi conclude che «oggi i giudici si occupano di troppe questioni» (.Ansa, 14-12-2001). Il 14 settembre 2002 oltre un milione di persone autorganizzate scendono in piazza San Giovanni a Roma per la manifestazione promossa da Nanni Moretti e Paolo Flores d'Arcais contro la legge Cirami. Qualche giorno dopo un giornalista dell'Espresso «intercetta» una conversazione tra la Finocchiaro e l'onorevole avvocato del premier, Niccolo Ghedini. Questi sonda una disponibilità della prima a trattare sull' approvazione definitiva della Cirami. Lei, sempre secondo l'Espresso, risponde: «Cercate di capire i nostri problemi... a partire dai girotondi... ». Come a dire che, sopite le proteste degli elettori, ci si può pure mettere d'accordo. Qualche giorno dopo, a una festa dell'Unità, un gruppo di girotondini furibondi la contestano e le chiedono conto dello scoop dell' Espresso. Lei, come raramente le accade, perde la calma. Paonazza in volto, le vene che si gonfiano sul collo, esplode: «l'Espresso non è il Vangelo!». Voci dal pubblico: «E allora smentisci!». E lei: «Le smentite non servono a niente. Semmai si querela! ». Per la cronaca, la querela non è mai arrivata. Nel 2003, mentre Berlusconi prepara la propria impunità prima tentando di traslocare i suoi processi a Brescia, poi di abrogarli per legge con il lodo Maccanico-Schifani e con una guerra senza quartiere alla giustizia e alla magistratura, Annuzza dichiara serafica al Sole-240re che il premier non dovrebbe dimettersi nemmeno in caso di condanna per corruzione giudiziaria: «Nella malaugurata ipotesi [sic!] in cui dovesse essere condannato, ricorra in Appello e in Cassazione. Per quanto mi riguarda, il presidente Berlusconi resta non colpevole fino a sentenza definitiva, come qualunque altro cittadino» (Ansa 18-1-2003). Il fatto che quel «cittadino qualunque» sia anche presidente del Consiglio e stia per diventare presidente di turno dell'Unione europea, non la sfiora proprio. Anzi, a fine anno caldeggia addirittura il ritorno all'immunità parlamentare per tutti gli eletti e annuncia un'iniziativa del suo partito: «Ho già presentato una proposta di legge che prevede una composizione paritaria della giunta per le autorizzazioni, e la necessità che l'aula si pronunci con un quorum dei due terzi. L'immunità è uno strumento di protezione delle funzioni parlamentari tipico delle democrazie liberali» ( Giornale, 8-12-2003).

 

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